Approfondimenti: Situazione gruppo eni

Note comitato iscritti CGIL Eni Upstream su situazione Gruppo ENI

Abbiamo sentito da dichiarazioni stampa che il piano di rilancio del nuovo Amministratore Delegato per il Gruppo ENI si dovrà imperniare sui seguenti punti:

  1. concentrazione delle attività su esplorazione e produzione, con particolare riguardo alle attività internazionali;
  2. dismissione o forte ridimensionamento dei settori di raffinazione e petrolchimica;
  3. cessione della quota di controllo in Saipem sul mercato.

Questa riorganizzazione presenta a nostro parere le seguenti forti criticità:

  1. Abbandono del ciclo integrato: la forza del Gruppo Eni (ed anche del paese di riflesso) è sempre stata quella di possedere un ciclo industriale integrato che coprisse l’intera filiera petrolifera, dall’esplorazione alla trasformazione chimica, garantendo le materie prime e l’energia all’industria. Questo modello ha garantito al Gruppo di guadagnare sia nelle fasi di prezzo del barile elevato attraverso le attività “upstream” che nel “downstream” quando il prezzo si abbassava; inoltre lo sviluppo di importanti attività manifatturiere ha garantito per anni l’occupazione. Decidere di “svendere” le singole attività in maniera separata e conservarne soltanto alcune, significa disconoscere il valore aggiunto che è assicurato dal ciclo integrato, abbandonare competenze e presidi tecnologici ed incidere pesantemente sull’occupazione in Italia. Peraltro l’annunciato fenomeno di concentrazione sull’Upstream è in realtà attivo da almeno un biennio in maniera strisciante. Basti osservare i seguenti parametri di bilancio:
    • Capitale Investito Netto: il rapporto tra il capitale investito nel settore Upstream rispetto a tutto il capitale investito è rimasto costante per anni (tra il 44% e il 47%) Nel 2012 cresce vorticosamente al 54% e al 59% nel 2013.
    • Investimenti Tecnici: in questo campo la situazione è ancora più allarmante perché nel 2012 su 11,2 miliardi di euro 8,4 erano investiti in Upstream (75%). Nel 2013 abbiamo raggiunto l’80% (8,8 su 10,8).

Eni ha già deciso e messo in opera questa strategia con chiarezza e determinazione, siamo forse noi che abbiamo creduto di poterla fermare con accordi e protocolli.

E’ ora che lo stato riprenda in mano la società per farne un “volano” per lo sviluppo industriale del paese e non aspettarsi soltanto passivamente dividendi. Anche il Sindacato devi farsi sentire sulle scelte strategiche e sui piani industriali, non limitarsi a gestire le crisi e gli effetti in seconda battuta quando le cose sono ormai decise.

  1. Abbandono dell’Italia nelle attività Upstream: le note a bilancio relative al settore Upstream segnalano che oltre il 90% degli investimenti in questo campo è effettuato all’estero, spesso in paesi attualmente a rischio per motivi politici o sanitari (Libia, Egitto, Iraq, Nigeria). Questa situazione non è comprensibile dal momento che l’Italia resta il terzo produttore di gas e petrolio ENI con 186.000 barili equivalenti/giorno su una produzione complessiva 2013 di 1.619.000 barili/giorno. Si consideri che il primo produttore per ENI è l’Egitto ed il secondo la Libia, entrambi paesi in cui non è consigliabile fare ora investimenti massicci … Non solo ma in Italia restano da sfruttare almeno due aree con grossi giacimenti già scoperti (offshore siciliano e alto Adriatico); la situazione è ferma perché i vertici ENI non riescono ad accordarsi con le regioni di competenza. Forse è il caso di concentrarci su casa nostra, magari dedicandoci gli stessi sforzi di “diplomazia” e politica dedicati per paesi come il Congo, di gran lunga meno importanti per la nostra produzione. L’Italia ha bisogno di energia a costi ridotti e quindi la produzione deve essere assicurata senza rischi inutili. Invece nel 2013 solo il 2% degli investimenti esplorativi e l’8,5% degli investimenti di sviluppo sono stati dedicati al nostro paese. Anche in questo caso, chi lo ha deciso? Il management o il Governo? Anche in questo caso, abbiamo bisogno di un sindacato competete e combattivo che illustri che solleciti pesantemente la politica sulle necessità del paese ed i rischi che sta correndo, lasciando ENI a decidere in proprio e sulla base di semplici convenienze di mercato.

 

  1. Internazionalizzazione forzata: la crescente internazionalizzazione del Gruppo parrebbe motivata oltre da aspetti di ricerca e disponibilità del petrolio ma anche da vantaggi fiscali. Fin dagli anni cinquanta la ricerca del petrolio è stata effettuata all’estero e non si è mai avuto la necessità di trasferire all’estero le attività di supervisione e controllo della casa madre. Certe operazioni sembrano rispondere a logiche finanziarie e fiscali, più che industriali. Peraltro, il discorso della loro delocalizzazione sarebbe sensato se le attività venissero trasferite nei paesi dove si opera; invece si preferiscono piazze come Londra ed Amsterdam che danno condizioni più favorevoli in tema di consolidamento degli utili o di presentazione dei bilanci, modello poi seguito anche da Marchionne per FIAT. Godere di benefici fiscali ed amministrativi impoverisce il Paese Italia e riduce i benefici che tutti i cittadini del paese potrebbero avere; è veramente questo quello vuole lo stato azionista di riferimento? Sicuramente per noi sindacato non può essere così; la ricchezza professionale ma anche economica del Gruppo deve essere difesa tenacemente, non può essere gettata o lasciata al mondo finanziario.

 

  1. Svendita di SAIPEM: sulla vicenda SAIPEM, le perplessità sono duplici, industriali ed occupazionali.

Controllare una delle maggiori società nel settore delle perforazioni e delle opere civili/costruzioni è sicuramente un valore aggiunto in termini di competitività e di offerta globale/integrata che il Gruppo ENI è in grado di offrire ai governi stranieri in caso di gare con riflessi positivi sul livello occupazionale italiano della società. Abbandonare SAIPEM al mercato significa anche fare a meno di un evidente vantaggio competitivo. Le nostre preoccupazioni riguardano anche l’eventuale compratore; se l’azienda passasse in mano straniera, il rischio potrebbe essere quello di azzeramento o forte ridimensionamento della sede italiana con forti perdite occupazionali. Un investitore straniero è interessato solo alle commesse in giro per il mondo, ai mezzi e alle eccellenze tecnologiche ma non sicuramente ai lavoratori che trova a prezzi tracciati in giro per mondo e certamente non avrebbe alcun interesse a mantenere la casa madre presso la sede di San Donato Milanese. Ci lascia quindi sconcertati che la proposta di una vendita per il solo scopo finanziario di fare cassa per elargire maggiori dividendi passi nel disinteresse più generale, se si escludono le prese di posizione dei sindaci e delle rappresentanze di base. Ci saremmo attesi  preoccupazioni e critiche da parte di chi dovrebbe tutelare la collettività, ovvero politici e sindacati. Serve una reazioni forte, un vertice sindacale “combattivo” che ascolti la base e anticipi le crisi, non si limiti a gestirne gli effetti.  

Peraltro, una simile riorganizzazioni, con tali criticità occupazionali, sarebbe ovviamente inevitabile in un gruppo in forte crisi. Questa tuttavia non è la situazione di ENI, come chiaramente dimostrabile dai dati di bilancio 2013:

  • Utile: l’utile di Gruppo per il 2013 si attesta a 5,16 miliardi di euro. Una parte di questo risultato viene dalla vendita del 20% del giant a gas mozambicano ai cinesi (3,4 miliardi di euro); pur tuttavia siamo in presenza di un gruppo in forte attivo.
  • Indebitamento: questa voce, che è stata per anni in crescita senza sosta, si è assestata a 15,5 miliardi di euro nel 2012, a seguito dello scorporo di Snam Rete Gas che ha comportato il passaggio a Cassa Depositi e Prestiti di oltre 8 miliardi di euro. Per il 2013 la voce rimane costante, segno di una nuova attenzione ad evitare pericolose avventure.

Per quanto riguarda le “fantomatiche” perdite denunciate nel settore di raffinazione, così elevate da imporre la chiusura o dismissione di 4 raffinerie su 5 ed una drastica riduzione dei lavoratori del nostro paese, ci preme puntualizzare quanto segue:

  • Ammortamento degli investimenti e necessità di ristrutturazione impianti: gli impianti che si vogliono chiudere sono siti già ampiamente ripagati dalle attività svolte in questi anni. Taranto ha raffinato il greggio della Val d’Agri e Gela quello dei pozzi siciliani entrambi in produzione da anni e con forti margini di guadagno. In generale poi la raffinazione in Italia lavora per un terzo circa petrolio di produzione ENI (le cosiddette “equities”); tale prodotto viene venduto a prezzo di mercato da ETS (società del gruppo) alle raffinerie consolidando in questo modo gli utili sulle società del ciclo Upstream che quotano in Olanda; questo però è un artificio contabile e fiscale vantaggioso per il gruppo ma non significa che la materia prima sia costata ad ENI il prezzo di mercato. E’ invece vero che gli impianti andrebbero probabilmente rimodernati, resi più efficienti e con meno impatto da un punto di vista ambientale; questi investimenti ormai indispensabili, vengono elusi da anni dal Gruppo ENI che ha preferisce operare all’estero ed in settori più redditizi e meno complicati da gestire. Come sistema paese però il rischio è di diventare dipendenti dall’estero per prodotti chiave come i raffinati petroliferi e la chimica; è questo l’interesse del Governo e del Paese?
  • Margine di raffinazione: i dati forniti riguardano al situazione della raffinazione in Italia. Sono dati che hanno un senso se confrontati con aziende che effettuano solo quell’attività. Per chi come ENI ha il ciclo integrato la questione è mal posta. Infatti da bilancio è possibile verificare che nel 2013 ricercare, sviluppare e produrre un barile di greggio è costato ad ENI 19,2 $(vedi finding & development cost – Eni fact Book). Il prezzo medio di realizzo da parte delle società della “galassia” Upstream (quasi tutte quotate all’estero, spesso in Olanda o in paradisi fiscali …) è di 71,87 $ a barile, ovvero + 275% !!
  • Quindi l’ulteriore prezzo medio di vendita da mercato si attesta in 108,66$ a barile, ovvero un ulteriore +50% che resta in mano a chi effettua l’intermediazione tra produttori e raffinatori, probabilmente ETS (il bilancio non chiarisce chi effettua materialmente questi passaggi). E’ ovvio che, effettuati questi guadagni, il margine di raffinazione restante sia bassissimo (2,64 $ al barile) ma questo permette a società come Erg, Saras, Shell, Iplom di mantenere impianti in attivo e funzionanti in Italia. Come è possibile che Eni sia in passivo? E’ veramente un rosso di bilancio o lo si vuole far risultare come tale?

Infine la riduzione dei costi; anche su questo argomento sono state spesse parole e demagogia a non finire ma poi gli effettivi interventi vanno a colpire gli stipendi dei lavoratori e i servizi, nonché le imprese appaltanti. Sui veri sprechi non notiamo una grande volontà di agire; in particolare restano attive le seguenti sacche di spreco nel settore Upstream:

  • Lavoratori EIRL: sulla sede di San Donato Milanese operano 150 lavoratori circa su 2000 con contratto internazionale. Guadagnano a contratto internazionale stipendi sempre superiori ai 5000€ con casa, auto e bollette pagate e benefit di tutti i tipi: in un primo momento ci hanno detto che erano dei suepr esperti. Poi abbiamo verificato che i ¾ di loro erano in addestramento; ci hanno detto che sono programmi di cooperazione con le consociate. Peccato che nessun’altra consociata estera si accolli spese di addestramento risorse di questo tipo. Non solo ma un numero sempre crescente di lavoratori italiani viene rimandato in patria perché troppo vecchio, senza laurea o perché semplicemente le posizioni sono nazionalizzate. Solo Eni di San Donato continua imperterrita con questa politica che peraltro non sarebbe neppure molto compatibile con i due procedimenti di mobilità aperti (2009/2010 e 2013/2014).
  • Appalti su core business: abbiamo segnalato che molti lavori che potrebbero essere svolti internamente vengono appaltati all’esterno a società internazionali con costi esorbitanti (SGS per studi di giacimento o tecnici inglesi per le scansioni tra gli esempi più recenti). Su queste situazioni l’azienda fa sempre finta di nulla …
  • Eni Engeneering E&P: nonostante la presenza in Italia di Saipem,Tecnomare e della direzione ingegneria Upstream, si è ritenuto necessario acquisire una azienda decotta (ex Saipem UK in Basingstoke) e trasferire commesse e personale presso questa sede, ristrutturando persino l’edificio che li ospitava. Anche in questo caso nessuna spiegazione …
  • Sede di Londra: nonostante non ve ne sia una ragione logica, la sede londinese conta circa duecento lavoratori e svolge attività anche su progetti italiani (Val d’Agri). Per quale ragione questi duplicati?

Questi sono ovviamente solo alcuni esempi, potremmo continuare per ore; recentemente ad esempio abbiamo dovuto digerire una turnazione di 20 guardie giurate per 12 ore ai piani durata per 3 mesi perché avevano rubato 20 PC portatili oppure contratti telefonici con voci extra per migliaia di euro… Possibile che appena si decide di tagliare i costi, si guardi sempre e solo ai lavoratori italiani e ai loro stipendi?

Concludendo, il piano di ristrutturazione previsto non ci trova concordi. Ci pare infatti più un intervento di emergenza previsto per un Gruppo in grave crisi economica, con forti passivi e sull’orlo di un crollo che non una riorganizzazione che guardi ad un futuro.

I numeri che consociamo e che sono stati pubblicati raccontano di un Gruppo da rilanciare, specialmente in alcuni settori, ma non certo di una situazione così drammatica.

Infatti a fronte di un utile operativo 2013 di 14646 milioni di euro del settore Upstream, Saipem consolida quest’anno perdite per 84 milioni di euro. Ciò però avviene dopo 9 anni di attivi ininterrotti, per complessivi 8281 milioni di euro di utile operativo; la crisi quindi ci pare un pretesto per realizzare una vendita che non ha ragioni industriali. Quanto alle terribili perdite della raffinazione, il 2013 registra un valore negativo per 482 milioni; tuttavia se si considerano gli ultimi 10 anni si verifica un andamento ciclico legato al prezzo del barile ed anche alla crisi economica più che spiegabile. Pertanto dal 2004 al 2008 si è guadagnato per  complessivi 3780 milioni di euro di utile; nei 5 anni successivi si è perso per effetto dell’altro costo della materia prima per complessivi 1904 milioni di euro. Una situazione complessiva quindi ancora decisamente positiva e lo stesso ragionamento vale anche per la Chimica.

La crisi quindi ci pare un bel pretesto per liberarsi di filiere industriali che sono viste come un peso da un management concentrato su mercati internazionali, sulla finanza e su sui guadagni stratosferici che fanno gonfiare il valore delle azioni.

Manca sempre un soggetto che invece dovrebbe essere in prima fila, ovvero l’azionista di riferimento, il Governo italiano, che non può limitarsi a lasciar fare e incassare i dividendi. Così non si fa politica industriale e occupazionale. Noi vogliamo seriamente parlare di cosa ENI potrebbe essere e fare per il sistema Italia; per questo chiediamo supporto ad un Sindacato Nazionale che deve essere più tenace e combattivo e non accontentarsi di gestire le crisi, lasciar lavorare il “manovratore”, senza mai chiedersi quale sia la direzione finale.